Il fatto religioso nelle società multiculturali

Il 2 febbraio si è tenuto, al Museo Nazionale d'Arte Orientale (MNAO), il secondo incontro  in collaborazione con il Tavolo Interreligioso di Roma.

Il tema affrontato questa volta, dal titolo “Il fatto religioso nelle società multiculturali”, è stato trattato dalla professoressa Maria Immacolata Macioti, docente di  Istituzioni di Sociologia e di Sociologia della Religione alla Sapienza di Roma, a cui Paola Gabrielli, coordinatrice del Tavolo Interreligioso, ha sollevato alcune questioni circa lo scenario odierno.


“Il fatto religioso è un tema complesso poiché le religioni hanno storie, tradizioni socio-culturali diverse tra loro; le religioni entrate da non più di dieci anni in Europa, hanno di certo esercitato un certo fascino; si muovono tra preconcetti e pregiudizi, desideri di conoscenza e confronto. Dobbiamo capire che il futuro degli Stati Europei dipende dalla capacità di dialogare, ma il dialogo non deve avvenire solo ai vertici ”, ha esordito la relatrice.


La Prof.ssa Macioti ha prestato attenzione anche alla terminologia, che ancora oggi non gode di un’approvazione unanime: nel titolo dell’incontro infatti compare l’espressione “società multiculturali”, un termine che però da alcuni studiosi viene definito ambiguo, per cui bisogna chiarirne l’accezione con cui viene usato, ed, in questo contesto, esso sta ad indicare una società che riconosce a tutti parità di diritti.

 

Inoltre la relatrice ha sottolineato  il contesto sociologico sul fatto religioso in Italia: Gli immigrati quando giungono nelle società di arrivo hanno un bagaglio diverso da quello delle città di approdo, trovano ignoranza circa le loro credenze, e purtroppo gli stereotipi non si superano solo con la conoscenza perché questi  riguardano anche la sfera dell'irrazionale.

Questa ignoranza si riscontra non solo rispetto a religioni geograficamente  lontane o con tradizioni culturali differenti dalla nostra, ma anche circa confessioni cristiane, come accade ad esempio con quella ortodossa.


Le incomprensioni maggiori riguardano però l’islàm; infatti, pur essendo la seconda religione più diffusa in Italia, vi è solo la Grande Moschea di Roma a rappresentarla, mentre tutti gli altri luoghi di riunione sono dei centri culturali. Quando i media parlano di Islam ne parlano quasi sempre in chiave di allarme sociale, di terrorismo, ed oltretutto la si intende religione solo di paesi come la Turchia e gli Emirati Arabi; viene dipinta come una religione fondamentalista. Nello specifico, sul piano organizzativo, i problemi sui quali la nostra società si scontra con l’Islam sono: l’assenza di un clero; la  mancanza di un unico rappresentante dell’ islàm l’organizzazione del lavoro (ad esempio nel mese di Ramadan, anche se in altri paesi europei se ne tiene conto); l’inumazione e le mense nella scuole. Si può tentare di trovare qualche giustificazione a questo atteggiamento tipicamente italiano oltre che nell’ignoranza ad esempio anche nell’assunzione che “i musulmani come gli ebrei, hanno delle prescrizioni religiose forti, di maggior impatto rispetto a induisti e buddhisti”.


In relazione a tutto l’Oriente invece prof.ssa Macioti  ha messo in evidenza come nella nostra formazione ci siano più elementi discordanti tra loro: siamo infatti cresciuti con i racconti di Salgari, ma abbiamo poi visto l’Oriente con gli occhi del ’68 e del ’77; sono giunti in Occidente movimenti induistici, per cui mediati. Insomma, fino a poco fa il mondo orientale era sconosciuto, mentre oggi una maggiore diffusione dei suoi elementi la si trova sia su un piano culturale, come dimostra il moltiplicarsi delle pubblicazioni (la prima casa editrice a trattare il tema fu l’Astrolabio, mentre oggi se ne occupano anche altre case editrici meno specifiche), il numero delle conversioni religiose, il cinema. A questa cresciuta conoscenza hanno contribuito anche il XIV Dalai Lama e la diaspora tibetana. Questa, infatti, ha fatto sì che i monaci viaggiassero e giungessero in Occidente. Ma non sempre maggiore conoscenza significa maggiore comprensione, infatti, “soprattutto l’induismo, sta vivendo un riadattamento, una semplificazione, come dimostra ad esempio la scissione tra pratiche e credenze e il linguaggio stesso”.

 

Anche il decorso storico ha influenzato i processi di migrazione come dimostra il colonialismo che ha portato ad esempio i senegalesi a spostarsi per di più in Francia e gli indiani in Inghilterra. L’Italia, vive una situazione più “arretrata” nei confronti del pluralismo (come dimostrano le leggi del 1986 e del ’90), cosi conclude la professoressa,  “anche perché nei secoli precedenti ha dominato territori meno ampi e i primi flussi massicci di immigrazione si sono iniziati a vedere negli anni ’80. Viviamo adesso, dopo un periodo di apertura, una chiusura generalizzata europea di fronte a questo problema”.

 

La diffidenza verso le rappresentazioni diverse dalle nostre di cui non comprendiamo il significato, il messaggio complesso che esse veicolano, non possono essere una giustificazione al gretto nazionalismo cui stiamo assistendo, che ha portato ad una nuova chiusura da parte degli stati europei nei confronti di questo problema, e di cui parte della responsabilità è da attribuirsi anche ai media.

 

Monica Di Pietro

 

Scrivi commento

Commenti: 2
  • #1

    Margarite Mcnees (domenica, 05 febbraio 2017 07:04)


    After exploring a number of the blog posts on your web page, I honestly appreciate your way of writing a blog. I saved as a favorite it to my bookmark webpage list and will be checking back soon. Please check out my web site as well and tell me how you feel.

  • #2

    Arnette Theiss (lunedì, 06 febbraio 2017 20:48)


    Hi Dear, are you genuinely visiting this site on a regular basis, if so then you will definitely obtain good knowledge.